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Considerazioni sulla composizione contemporanea

(dall'Enciclopedia italiana dei compositori contemporanei - Pagano Editore , Napoli - Antonio Cericola primo volume pag. 87)

    L’autoanalisi dei miei lavori renderebbe necessario esaminarli singolarmente per una descrizione tecnica ed estetica del processo compositivo. Non essendo questo possibile per ovvie ragioni, mi limiterò a qualche considerazione sulla composizione e sulla musica contemporanea.

    Al fine di sgomberare il terreno da possibili fraintendimenti circa la mia identità di artista e compositore, premetto subito che, esulando dai miei scopi l’essere seguito o imitato, a mia volta non appartengo a scuole, correnti, tendenze ed ideologie, né provo alcuna invidia verso chi crede di appartenervi: credo in quella libertà che consente all’artista di esprimersi di volta in volta come meglio ritiene, senza la quale non potranno mai nascere idee nuove.

     A tal proposito scrive Bruno Bettinelli: I molti ritrovati tecnici – o pseudo tali – che negli ultimi decenni hanno attecchito per germinazione più o meno spontanea sul solido tronco della Scuola di Vienna […] hanno offerto a molte persone, poco o nulla dotate musicalmente (ma intelligenti ed abili nello “speculare” sul piano della chiacchiera estetizzante) la comoda possibilità di ritenersi, magari in buona fede, autorizzate a produrre musica. Ed ecco l’attuale proliferare di una quantità di pezzi che all’ascolto – salvo rarissime eccezioni – provocano un senso di monotonia, di ripetitività esasperante, di totale mancanza del nerbo necessario che sappia evitare l’appiattimento di un linguaggio del tutto impersonale, collettivo ed inconcludente.

    La crisi dei valori assoluti, già presente nell’avanguardia storica, si è ormai mutata in una permanente crisi di linguaggio, che ha nella diaspora delle tecniche e delle scritture il suo segno più evidente ed esteriore. Osservando il presente con ipotesi avveniristiche, per nulla dimentico della storia recente e passata, non ho alcuna pretesa di inventare il nuovo ad ogni costo: neanche i più grandi compositori hanno trascurato le esperienze del passato per i loro fini compositivi, né hanno sminuito il consenso del pubblico.
Tutti i compositori del nostro secolo sono ricercatori; il Novecento è così diventato il secolo della ricerca. Chi opera nella ricerca, però, prima di mettersi a cercare, dovrebbe sapere cosa cercare. Mancando, nella maggioranza dei casi, i contenuti, non sapendo perché e cosa dire, il compositore contemporaneo si preoccupa di come dire quel che non ha da dire. La sua affannosa e sterile ricerca denuncia chiaramente povertà se non assenza di contenuti ed idee: si scrive per sé stessi e per il proprio hortus conclusus, per pochi eletti.

    Immediata conseguenza è che le sale da concerto sono sempre più vuote. Aspetto essenziale e non trascurabile della composizione, infatti, dovrebbe essere la comunicabilità: la musica, in quanto linguaggio espressivo, dovrebbe impegnare i processi emotivi ed affettivi dell’ascoltatore.

    Concepisco la mia musica, quindi, in consonanza con gli ideali estetici più classici al fine di favorirne l’approccio emotivo ed intellettivo. Al pubblico, infatti, non interessa se la composizione è tonale o seriale, tantomeno se la scrittura è di tipo tradizionale o no: l’ascoltatore vuole un brano intellegibile che lo convinca, che lo coinvolga e che lo invogli, comunque, a successivi ascolti.

    L’epoca in cui viviamo, epoca post-tonale e seriale, ci consente l’uso delle più diverse tecniche e più svariati linguaggi che non si escludono più a vicenda. La decisione del loro utilizzo dovrebbe risiedere unicamente nella sensibilità e nella concezione estetica del compositore. Non è logico scartare aprioristicamente alcun mezzo espressivo: quel che conta è come la sua integrazione avviene nell’ambito del processo compositivo. Se attualmente è esteticamente possibile la coesistenza di materiali stilistici eterogenei, sarebbe altresì auspicabile una programmazione concertistica che metta la musica nuova a confronto con quella della tradizione.

    Credo che ciascun compositore debba fare i conti con lo sfacello determinato da tanta, troppa musica (definita tale solo per un improprio eufemismo) che ha allontanato il pubblico dalla musica contemporanea. All’inquinamento acustico preferisco i progressisti, quelli veri: coloro che hanno rispetto per la tradizione. Non penso che la colpa sia solo e sempre del pubblico: parafrasando la nota asserzione di Schoemberg che preferisce una sala vuota ad una sala piena di teste vuote, credo che, a volte, la sala vuota potrebbe anche riflettere il contenuto della testa del compositore.

    Non amo seguire la via su e giù ricalcata dai piedi della folla. Odio l’amante che a tutti si dona; a fontana di piazza non bevo; mi ripugna tutto ciò che è comune.
Callimaco Epigrammi, A.P. XII 43

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